16 settembre 2006

20.

Ricordo, senza rivederle nitidamente, poco distante, delle scritte attaccate al muro con le puntine; una in particolare, letta una volta su una statua di eterea bellezza (un io che si ripercuoteva su se stesso…) vista un giorno in un museo d’arte moderna, il cui significato è celato nell’antichità dell’italiano:
Così ti sterperò coi denti e l’ugne
Dolore eterno che nel cor mi pugne.

E poi scorgo altre frasi, altre foto, altri oggetti, libri, fumetti, dischi. Ma non rivedo nessuno, nessun essere vivente, non ho nessun ricordo legato ad altri… perché? Eppure sono sicuro di aver passato la mia vita accanto ad altri, che ora mi appaiono come presenze sottili e invisibili. Devo sforzarmi, devo. Voglio ricordare cos’è stato della mia vita, cos’è stata la mia vita. Per paradosso, riesco solo a ricordare che non mi ricordavo mai di nulla. Mi perdevo sempre qualcosa. Quelle piccole cose superficiali e banali che accadono mille volte quotidianamente io ero capace solo di viverle, ma non di ricordarle. La gente si beava di queste piccolezze, e forse anch’io o forse l’ho semplicemente desiderato, ma veramente ora proprio non ricordo… Il ricordo… Il ricordo… un’ossessione ora più grande della stessa non-vita, perché sono costretto a voler ricordare: qui sotto non è che ci sia poi molto da fare, neanche un ragno con cui parlare, no!, perché mi hanno sigillato dentro questa cassa imbottita con un coperchio pesante ben saldato con la fiamma ossidrica. Forse tra un po’ avrò la compagnia dei vermi che usciranno direttamente dal mio corpo in decomposizione, ma non so se ne gioirò realmente. Ora come ora, non riesco neanche a capire se i miei occhi sono aperti, chiusi o, semplicemente, se ci siano ancora. A pensarci bene gli occhi potrebbero benissimo essere ancora aperti e in grado di svolgere la loro funzione biologica, ma distinguere il buio in cui sono rinchiuso dal buio delle palpebre abbassate appare ora un’impresa titanica. In verità non sono in grado di ricordare come era vedere, osservare, fissare qualcosa o qualcuno. Forse era un qualcosa cui mi ero assuefatto e a cui non ho mai prestato abbastanza attenzione. Qualcuno, fra voi, ha forse mai goduto del fatto di avere due braccia attaccate alle spalle? Forse si, se fra voi c’è qualcuno che non ha l’uso di uno o di entrambe le braccia. Se ora, con uno sforzo immane, riuscissi a spalancare gli occhi, cosa potrei mai vedere? Niente, assolutamente niente. Questo è ancora un misero capriccio, me ne rendo conto. Uno stupido tentativo di sentirsi ancora vivo. Ma abituarsi all’idea, a questa idea, non è facile, ve l’assicuro. Forse è meglio meditare un po’ e tentare di ricordare qualcuno (e non qualcosa). Anche questo ritenete che sia patetico? Fa nulla, ora è questo che voglio fare. E poi credo che in ben pochi stiate ancora veramente ascoltando questo mare di parole slegate. Allora vediamo un po’...
Mi servirebbe il giusto silenzio... Ok, ok, battuta di dubbio gusto... Ma se solo riuscissi a concentrarmi, sento che basterebbe un niente per spalancare le porte della memoria.

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02 agosto 2006

19.

Tento di andare ancora più indietro con la memoria, qualcosa dovrò pur ricordare. Mi sovviene qualche immagine dilatata senza contorni, oggetti non messi a fuoco, macchie scure su uno sfondo di ricordo sbiadito, ma almeno ricomincio a vedere qualcosa. Rivedo la mia stanza, la stanza dove vivevo. Certo, i contorni non sono assolutamente definiti, ma sono sicuro di ricordare la parete davanti al mio letto.

Vedo un quadro, dei quadri. Saturno di Goya è fra questi. Gli occhi spalancati del dio pagano, il corpo martoriato e il sangue del figlio che viene divorato con crudo realismo, i contorni del corpo di Saturno che si confondono quasi nello sfondo così implacabilmente nero su cui il corpo bianco del figlio risalta in un contrasto assurdo, il tormento interiore di Goya. Rammento quando vidi il quadro la prima volta: rimasi estasiato da quel sangue sgorgare impetuoso dal corpo così piccolo e ormai inerme del figlio dilaniato dai morsi del padre, dai suoi occhi che fissano il vuoto in una posa così irreale e apparentemente indifferente mentre sta per strappare un braccio con un morso. La mia coscienza si arricchì allora di un nuovo dolore, di un dolore che da quel momento in poi potevo rendere mio e viverlo e rammentarlo con un semplice sguardo.

A poca distanza rivedo il calendario della Roma, calciatori in divisa da gioco trasformati in gladiatori da una mia memoria troppo storica e dai cori della Curva Sud. Adoravo guardare la mia Roma, andare allo stadio, guardare le partite in televisione, vivere quelle emozioni che solo una partita di pallone e le giocate di Totti sapevano regalarmi. Amavo anche giocare al calcio, ma non ho mai ottenuto risultati proporzionali ai miei sforzi che producevo per aiutare la squadra. Sopra il calendario, altri quadri, troppo confusi per esser riconosciuti.

18 giugno 2006

18.

Ritornando a quanto si diceva poco prima di questa inutile, nonché ennesima, divagazione, bisogna che cominci a schiarirmi le idee, o quanto ne è rimasto.

Mi sarebbe piaciuto assistere ai miei funerali, ma in quel momento penso stessi riposando troppo profondamente, perché non ho il minimo ricordo di ciò che è avvenuto stamattina, o ieri, o ieri l’altro. Quello che mi chiedo è come sia possibile, è anche questo che mi confonde non poco, chiedere a me stesso di ricordare il giorno dei miei funerali o quello in cui sono morto. Forse è una sorta di contrappasso quello che sto non-vivendo: in vita ho pensato tanto, io non facevo che pensare, e ora per ricompensa, o per punizione, sono condannato a continuare a pensare pensare pensare. E così penso. E a cosa pensare se non a ciò che è stato? Ma se ripercorro la mia vita all’indietro, cosa vedo? Constatato che dei funerali non ho ricordi “vivi” (scusate l’eufemismo), dovrei rivedere… cosa?… sicuramente l’ultimo frammento di vita vissuta… ah, sì! il momento in cui sono morto, senza dubbio… … … … … … … … Ma com’è che sono morto? No, non riesco a ricordare neanche questo. Ma com’è possibile? Eppure sono morto, ve l’assicuro, non respiro più, questo è certo! Forse è proprio per questo che sono così confuso, perciò non me ne vogliate. Pensare a ritroso, questo è il trucco.

09 giugno 2006

17.

Quindi a voi che rimanete, e a coloro che vi seguiranno e che prenderanno il vostro posto e che calpesteranno quello stesso suolo che anch’io calpestai, rimarrà qualche grana di questo tipo con cui scontrarsi, qualche ostacolo di origine puramente etico o sanitario da dover superare, perché, questo è certo, la gente continuerà a morire e lo spazio intorno a voi non aumenterà di certo, e così quando tutti i cimiteri saranno stracolmi si dovrà pur procedere con qualche precisa e risoluta iniziativa. E l’idea di sacrificare tutti i cadaveri che alloggiano in grandi e ingombranti bare sarà comunque una buona idea, ma da quale corpi cominciare? Come procedere all’eliminazione dei corpi, o quanto di essi ne rimane? Quale sarà un giusto criterio? E una volta superati questi problemi, dei morti freschi che ne farete? Li seppellirete nei loculi svuotati e tirati a lucido, o i cimiteri verranno del tutto eliminati per creare più spazio vivibile e qualunque corpo verrà cremato e le sue polveri sparse da qualche parte (anche per ristabilire una sorta di giustizia con i morti più antichi)? E se si procederà così, le ceneri sparse per l’aria o per i mari o per i fiumi non saranno probabile causa di nuove infezioni per qualche miliardo di superstiti? Questi, me ne rendo conto, sono problemi cui mai avete pensato e cui mai avreste pensato se non avessi sollevato la questione, tuttavia non dovete preoccuparvi fin d’ora, il tempo seguirà il suo corso e quando lo spazio comincerà a non bastare più qualcuno al posto vostro penserà a risolvere il problema. Voi dovrete solo commentare ciò che loro faranno seduti comodamente sulla poltrona del salotto, e magari pensare ai primi parenti defunti che sacrifichereste volentieri in un’opera di tale pulizia e allargamento, diciamo così. Dopodiché non dovrete certo pensare a quando sarà il vostro turno, perché al vostro cadavere saranno altri ancora a doverci pensare. Ci sarà sempre qualcuno che si occuperà di queste faccende al vostro posto (credete che sia ironico e non riuscite a decifrare i miei messaggi? pazienza…). Quindi state pur tranquilli e continuate ad ascoltarmi, che almeno per le prossime ore, come vi ho fatto notare, non avrete da preoccuparvi di queste cose. Non dovrete neanche necessariamente dover pensare che anche voi potrete morire e che prima o poi morirete, dovete solamente rilassarvi e ascoltarmi, possibilmente senza interrompermi.

27 maggio 2006

16.

Anche se il processo stesso del ricordo non sarebbe altro che un mero espediente per continuare a rimanere ancorati a una qualsiasi proiezione della vita, tuttavia trovo che sarebbe interessante se riuscissi quantomeno a ricordare il mio nome o semplicemente la mia persona. Ricordare cosa facevo nel mondo, cosa ne facevo, della mia vita, che aria respiravo, quale terra calpestavo… Ricordare mi aiuterebbe a intrattenervi, avrei così molte più cose da potervi raccontare di quante non ne abbia ora e potrei inoltre rendere in questo modo quest’attesa ancor più breve. Forse questo è già un primo ricordo del mio passato, questa ossessione di ricercare un qualcosa che mi facesse ingannare le attese, che facesse contrarre il più possibile i tempi delle attese, perché, come vi ho già detto, qui i tempi morti non hanno ragione d’esistere (dato che inoltre sono i tempi stessi che non hanno ragione d’esistere) e quindi questo mio discorso non ha alcun senso. Sto cercando solo di poter sfruttare questa mia posizione per potermi guardare indietro al fine di poter individuare la scia di cenere che devo aver lasciato da qualche parte, lassù fra i vivi. è pur possibile, e ne sono consapevole, che non abbia lasciato dietro di me alcuna eredità di affetti, alcuna scia, oppure che ne abbia lasciata una troppo labile che si sarà già dispersa al primo alito di vento e di conseguenza impossibile da individuare. è pur possibile quindi che non abbia ricordi da ricordare, ma mi voglio lo stesso sforzare in questa nuova ricerca e se non arriverò a nessuna soluzione, come probabile, beh! almeno ci avrò provato. Avrò provato a ricordare di me.
Molti pensieri sono confusi, ho ricordi nitidi (per quel che mi può sembrare) di episodi forse futili che ho vissuto e tante cose, tanti avvenimenti, è come se fossero stati vissuti da qualcun altro, compreso gran parte di quanto vi ho raccontato sinora. Questo vuol dire che, nonostante tutti i discorsi che ho fatto finora, io non so realmente se ciò che ho descritto sia quello che io provavo, sentivo o toccavo. Non riesco a distinguere il me trapassato dalla vita in generale, o dall’idea che io ora ho di questa, o dall’idea che mi sembra di ricordare di avere, o di avere avuto, di questa. Non c’è dubbio, devo trovare una strategia d’azione per chiarirmi le idee, prima che cominci a raccontare in prima persona qualcosa che non ho mai né provato né vissuto personalmente, prima cioè che sia… troppo tardi… Come troppo tardi? Che senso ha? – vi chiederete (senza interrompermi, voglio sperare). Eh sì!, perché nonostante quanto vi ho detto finora, anche per me io penso che ci sarà un fine, un’altra fine, una nuova fine, che sarà solo la conseguenza di un processo puramente fisico, così come lo è la morte. Immagino cioè che quando la mia scatola cranica sarà ridotta in un cumulo di polvere, cibo per fetidi insetti e animaletti, i miei pensieri cesseranno finalmente di affliggermi. Forse questa eventualità si avvererà al più presto (anche se “presto” non ha alcun significato), forse tra qualche vostro anno o forse mai. Non so in che stadio di decomposizione sia il mio corpo esanime e del resto non so se, effettivamente, una volta polvere potrò smettere di pensare. Potrebbe anche succedere che continui il mio incedere sotto forma di fuoco fatuo intrappolato da queste sei pareti sotto la terra e che smetterò di “essere” solo quando potrò volare via, dissolvendomi, da questa bara, quando verrà aperto il suo coperchio un bel giorno nel quale tutte le bare verranno dissotterrate e scoperchiate. Forse un giorno nel quale si dovranno svuotare i cimiteri delle grandi città perché i morti saranno troppi e i vivi non sapranno più dove metterli e sacrificheranno, forse con qualche gran focolare, tutti i resti dei cadaveri più antichi (forse verranno riciclate anche le bare… ma questo importa veramente troppo poco). E questi, saranno problemi solo per i vivi, non di certo per noi altri, cui riposare sottoterra o nell’aria sotto forma di cenere fa davvero poca differenza.

07 maggio 2006

15.

Io dal mio canto sono convinto di una cosa: che prima o poi sarà veramente tutto finito. Così smetterò di pensare, o di pensare di stare a pensare, e a quel punto sì che tutto sarà finito e staccherò veramente la spina, terminando anche questa mia strana posizione attuale di stand by. Tuttavia ancora, anche se sono dentro una cassa ben steso, non riesco a immaginare quel dopo, come non riuscivo in vita a immaginare questo dopo, e ho al solo pensiero quella nausea, quel magone di cui abbiamo già discusso.
Ma no! Non è vero! Chi voglio ingannare? Non è vero, la nausea è solo un’illusione per riallacciarmi al mio passato, alla mia storia, alla mia – vita… Ora non posso più provare neanche da lontano quel senso di acido in fondo alla gola, dietro la lingua, che prima mi garantiva di essere vivo. Sono un nostalgico! Per di più, vi dirò, farei volentieri una visitina ai miei vicini di tomba per tirar loro qualche bello scherzo, che so, un pizzico di nascosto, un soffio sulle loro polveri, così giusto per il gusto di farlo… di sentirmi ancora… no! No! Lo sapevo… Non sarebbe dovuta andare così. Mai e poi mai avrei dovuto avere nostalgia della mia vita che non ho mai vissuto. Più di una volta invocai la morte (quella romanzata, uno scheletro con la tunica e il cappuccio neri, e la falce nella mano sinistra), che mi venisse a prendere, che la facesse finita con me (in verità con la mia vita). Più di una volta mi sono seduto davanti alla scacchiera, perfino davanti ai bianchi, a tentare di farmi mattare dalla mia silenziosa e greve (e in più immaginaria) avversaria. E quando finalmente ce l’ho fatta (e non so realmente quando, bisognerà che ci pensi…) che faccio? Mi lamento e rimpiango la vita. Forse era troppo presto (quando, poi?)? Non ero pronto? Non ero io? Chi lo sa, non so neppure chi sono, non lo ricordo e d’altronde penso che qui sotto abbia ben poca importanza.

15 aprile 2006

14.

Qui sotto, ora, io non ho di questi problemi e d’altronde la mia è una posizione privilegiata. Eh, già!, perché mi ritrovo sottoterra dopo una vita passata sottoterra. Il salto è stato breve, ma di cambiamenti ne ho notati più di uno rispetto al mio sottoterra precedente.
Non vorrei ora soffermarmi a fare stupidi confronti fra due situazioni così opposte anche se apparentemente così vicine. Prima di tutto fino a ieri (...?) io respiravo e questa è una sostanziale differenza con l’oggi, un particolare da non sottovalutare. Anche se respiravo putridi vapori e odori pestilenziali ero sempre in grado di sentire il mio respiro, seppur affannoso. Poi fino a ieri ero in continuo movimento perché, pensavo, che fermarsi avrebbe voluto significare arrendersi, in un qualche modo, e ora, ironia della sorte, mi ritrovo immobile come… una salma. Ancora, fino a ieri se mi fossi stufato dei miei viaggetti sotterranei sarei potuto in qualsiasi momento uscire allo scoperto per mischiarmi alla folla, confondendomi fra le ombre degli altri. Ora, evidentemente non posso più, e non mi resta che aspettare, immobile.
Non c’è dubbio, ora devo aspettare. Aspetto chissà cosa o chi, ingannando l’attesa (che in verità qui non sussiste) con lunghi giri di parole sempre intorno agli stessi discorsi, rivolgendomi a fantomatici fantasmi (vogliate perdonare le continue allitterazioni) dandogli del voi. L’attesa ovviamente non mi pesa e stare qui sotto, per ora, vuol dire unicamente aspettare. Certo, non sarò in attesa in eterno (…), altrimenti questa mia morte sarebbe solo una seconda vita solo più calma e più silenziosa, e non vorrei davvero questo. E poi, se così fosse, a questa morte dovrebbe per forza di cose seguirne un’altra e poi un’altra ancora, in un ripetersi infinito. Sarebbe quindi un susseguirsi di stati di coscienza nei quali, procedendo, si raggiunge una calma nettamente superiore a quella che si possedeva nello stato precedente e così via fino all’estinguersi di tutte le forze, fino a che la calma non fosse così assoluta da placare la morte stessa che a quel punto si stuferebbe lasciando finalmente il povero cadavere in pace e in placida quiete.