10.
La mia professione di minatore tuttavia, di minatore della coscienza, era ben diversa da molte altre che dal di fuori sarebbero potute apparire simili alla mia. Il disgusto di cui parlavo poc’anzi, non era in me qualcosa di voluto o di ricercato e un qualcosa da poter controllare a piacimento e rigirare a proprio favore, ma era un qualcosa di più sottile, di più capillare. Cresceva in me ben presto, tutti i giorni, di tutti i mesi di tutto l’anno di tutti gli anni, fin dalla mattina, non appena mi avvicinassi allo specchio in bagno anche solo radermi. In più qualche volta, lo devo ammettere, ho sporto il naso al di sopra della mia zolla per riassaporare il sapore fresco dell’aria aperta, tornando sporadicamente a vivere la mia vita sociale. Quando è successo ho naturalmente collezionato solo insuccessi e delusioni, perché io provavo a lasciare qualche porta aperta a voialtri ma voi, dal canto vostro, non avete fatto altro, tranne che in rarissime eccezioni (due, forse tre), che ignorarle o spalancarle una volta individuate, quando io avrei voluto solamente che venissero accostate da qualche mano di qualche leggiadro spirito affine. Così, i vostri sguardi impietosi hanno logorato i miei occhi e i raggi del sole li hanno compromessi per sempre. E non bastava una benda sugli occhi o un paio di occhiali scuri per poter tornare fra voi, no, serviva il coraggio di cominciare a parlare con voi e, una volta trovato, serviva poi l’assurda incoscienza di conversare gettando ogni tipo di maschera che celasse ogni mio sentimento. Francamente questo l’ho trovato sempre impossibile e così ho abitato i miei cunicoli pestilenziali, concedendomi rarissime gite fuori porta.

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