27 maggio 2006

16.

Anche se il processo stesso del ricordo non sarebbe altro che un mero espediente per continuare a rimanere ancorati a una qualsiasi proiezione della vita, tuttavia trovo che sarebbe interessante se riuscissi quantomeno a ricordare il mio nome o semplicemente la mia persona. Ricordare cosa facevo nel mondo, cosa ne facevo, della mia vita, che aria respiravo, quale terra calpestavo… Ricordare mi aiuterebbe a intrattenervi, avrei così molte più cose da potervi raccontare di quante non ne abbia ora e potrei inoltre rendere in questo modo quest’attesa ancor più breve. Forse questo è già un primo ricordo del mio passato, questa ossessione di ricercare un qualcosa che mi facesse ingannare le attese, che facesse contrarre il più possibile i tempi delle attese, perché, come vi ho già detto, qui i tempi morti non hanno ragione d’esistere (dato che inoltre sono i tempi stessi che non hanno ragione d’esistere) e quindi questo mio discorso non ha alcun senso. Sto cercando solo di poter sfruttare questa mia posizione per potermi guardare indietro al fine di poter individuare la scia di cenere che devo aver lasciato da qualche parte, lassù fra i vivi. è pur possibile, e ne sono consapevole, che non abbia lasciato dietro di me alcuna eredità di affetti, alcuna scia, oppure che ne abbia lasciata una troppo labile che si sarà già dispersa al primo alito di vento e di conseguenza impossibile da individuare. è pur possibile quindi che non abbia ricordi da ricordare, ma mi voglio lo stesso sforzare in questa nuova ricerca e se non arriverò a nessuna soluzione, come probabile, beh! almeno ci avrò provato. Avrò provato a ricordare di me.
Molti pensieri sono confusi, ho ricordi nitidi (per quel che mi può sembrare) di episodi forse futili che ho vissuto e tante cose, tanti avvenimenti, è come se fossero stati vissuti da qualcun altro, compreso gran parte di quanto vi ho raccontato sinora. Questo vuol dire che, nonostante tutti i discorsi che ho fatto finora, io non so realmente se ciò che ho descritto sia quello che io provavo, sentivo o toccavo. Non riesco a distinguere il me trapassato dalla vita in generale, o dall’idea che io ora ho di questa, o dall’idea che mi sembra di ricordare di avere, o di avere avuto, di questa. Non c’è dubbio, devo trovare una strategia d’azione per chiarirmi le idee, prima che cominci a raccontare in prima persona qualcosa che non ho mai né provato né vissuto personalmente, prima cioè che sia… troppo tardi… Come troppo tardi? Che senso ha? – vi chiederete (senza interrompermi, voglio sperare). Eh sì!, perché nonostante quanto vi ho detto finora, anche per me io penso che ci sarà un fine, un’altra fine, una nuova fine, che sarà solo la conseguenza di un processo puramente fisico, così come lo è la morte. Immagino cioè che quando la mia scatola cranica sarà ridotta in un cumulo di polvere, cibo per fetidi insetti e animaletti, i miei pensieri cesseranno finalmente di affliggermi. Forse questa eventualità si avvererà al più presto (anche se “presto” non ha alcun significato), forse tra qualche vostro anno o forse mai. Non so in che stadio di decomposizione sia il mio corpo esanime e del resto non so se, effettivamente, una volta polvere potrò smettere di pensare. Potrebbe anche succedere che continui il mio incedere sotto forma di fuoco fatuo intrappolato da queste sei pareti sotto la terra e che smetterò di “essere” solo quando potrò volare via, dissolvendomi, da questa bara, quando verrà aperto il suo coperchio un bel giorno nel quale tutte le bare verranno dissotterrate e scoperchiate. Forse un giorno nel quale si dovranno svuotare i cimiteri delle grandi città perché i morti saranno troppi e i vivi non sapranno più dove metterli e sacrificheranno, forse con qualche gran focolare, tutti i resti dei cadaveri più antichi (forse verranno riciclate anche le bare… ma questo importa veramente troppo poco). E questi, saranno problemi solo per i vivi, non di certo per noi altri, cui riposare sottoterra o nell’aria sotto forma di cenere fa davvero poca differenza.

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