19.
Tento di andare ancora più indietro con la memoria, qualcosa dovrò pur ricordare. Mi sovviene qualche immagine dilatata senza contorni, oggetti non messi a fuoco, macchie scure su uno sfondo di ricordo sbiadito, ma almeno ricomincio a vedere qualcosa. Rivedo la mia stanza, la stanza dove vivevo. Certo, i contorni non sono assolutamente definiti, ma sono sicuro di ricordare la parete davanti al mio letto.
Vedo un quadro, dei quadri. Saturno di Goya è fra questi. Gli occhi spalancati del dio pagano, il corpo martoriato e il sangue del figlio che viene divorato con crudo realismo, i contorni del corpo di Saturno che si confondono quasi nello sfondo così implacabilmente nero su cui il corpo bianco del figlio risalta in un contrasto assurdo, il tormento interiore di Goya. Rammento quando vidi il quadro la prima volta: rimasi estasiato da quel sangue sgorgare impetuoso dal corpo così piccolo e ormai inerme del figlio dilaniato dai morsi del padre, dai suoi occhi che fissano il vuoto in una posa così irreale e apparentemente indifferente mentre sta per strappare un braccio con un morso. La mia coscienza si arricchì allora di un nuovo dolore, di un dolore che da quel momento in poi potevo rendere mio e viverlo e rammentarlo con un semplice sguardo.
A poca distanza rivedo il calendario della Roma, calciatori in divisa da gioco trasformati in gladiatori da una mia memoria troppo storica e dai cori della Curva Sud. Adoravo guardare la mia Roma, andare allo stadio, guardare le partite in televisione, vivere quelle emozioni che solo una partita di pallone e le giocate di Totti sapevano regalarmi. Amavo anche giocare al calcio, ma non ho mai ottenuto risultati proporzionali ai miei sforzi che producevo per aiutare la squadra. Sopra il calendario, altri quadri, troppo confusi per esser riconosciuti.
Vedo un quadro, dei quadri. Saturno di Goya è fra questi. Gli occhi spalancati del dio pagano, il corpo martoriato e il sangue del figlio che viene divorato con crudo realismo, i contorni del corpo di Saturno che si confondono quasi nello sfondo così implacabilmente nero su cui il corpo bianco del figlio risalta in un contrasto assurdo, il tormento interiore di Goya. Rammento quando vidi il quadro la prima volta: rimasi estasiato da quel sangue sgorgare impetuoso dal corpo così piccolo e ormai inerme del figlio dilaniato dai morsi del padre, dai suoi occhi che fissano il vuoto in una posa così irreale e apparentemente indifferente mentre sta per strappare un braccio con un morso. La mia coscienza si arricchì allora di un nuovo dolore, di un dolore che da quel momento in poi potevo rendere mio e viverlo e rammentarlo con un semplice sguardo.
A poca distanza rivedo il calendario della Roma, calciatori in divisa da gioco trasformati in gladiatori da una mia memoria troppo storica e dai cori della Curva Sud. Adoravo guardare la mia Roma, andare allo stadio, guardare le partite in televisione, vivere quelle emozioni che solo una partita di pallone e le giocate di Totti sapevano regalarmi. Amavo anche giocare al calcio, ma non ho mai ottenuto risultati proporzionali ai miei sforzi che producevo per aiutare la squadra. Sopra il calendario, altri quadri, troppo confusi per esser riconosciuti.

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